FIDANZAMENTO E MATRIMONIO

Usi, costumi, tradizioni, folclore, religione, superstizione, sono aspetti in gran parte dimenticati dai più di un mondo ormai tramontato da qualche decennio, che noi invece vogliamo oggi riscoprire per salvarli dall’oblio. Vogliamo quindi raccontare una realtà ormai dissolta nelle nebbie del tempo che passa, ma che rappresenta la radice del nostro passato e della nostra identità culturale, che forse ancora oggi esercita la sua influenza sulla nostra mentalità, sul modo di guardare il mondo e gli altri, la realtà che ci circonda, i rapporti sociali e interpersonali. Anche se ne siamo consapevoli solo in modo superficiale o del tutto inconsapevoli, secoli di credenze, di usanze vivono ancora in noi, volenti o nolenti, a ricordarci da dove veniamo, di chi siamo figli. Abbiamo diviso la nostra ricerca in temi diversi, che di volta in volta pubblicheremo sul nostro sito.

 

FIDANZAMENTO E MATRIMONIO

Per chiedere la mano di una ragazza si inviava una ambasciatrice (la Sazzana) che doveva essere riconoscibile e per questo portava delle appariscenti calze rosse. La Sazzana chiedeva se c’era la possibilità del fidanzamento ed il tempo necessario alla famiglia della sposa per decidere un eventuale incontro con la famiglia dello sposo.

Qualora la famiglia della sposa accettasse la proposta di fidanzamento avveniva la Parentezza, ovvero l’incontro tra le famiglia per gestire  l’accordo matrimoniale e stabilire i termini economici e organizzativi del futuro matrimonio.

Il fidanzamento durava pochi mesi. La sposa la Domenica delle Palme andava a benedire la palma e c’era lo scambio delle palme con la futura suocera e si pronunciava la formula beneaugurante di ricchezza pace e prosperità “Palme te denche e palme me diaje. La recchezza arrete a la porta, la bontà fine a la morte”.

Le famiglie preparavano la dote (la Dodda) per le figlie femmine già quando erano ancora in fasce: questa usanza è ben espressa dal detto “Figlia n’ fasce, dodda n’cascia”. La sfilata della dodda, che avveniva una settimana prima del matrimonio, era un’ostentazione pubblica della “ricchezza” della sposa e della sua famiglia. L’ultima sfilata si è svolta a Castropignano durante la prima metà degli anni ’70 del secolo scorso. La sposa non vi partecipava per ovvi motivi, non essendo stato ancora stabilito l’indissolubile legame del matrimonio: far sfilare la sposa durante la dodda sarebbe stato infatti “come a quanne ze porta la percella accanna a le vierre”.

La sfilata si svolgeva nel seguente ordine: al primo posto erano portati i materassi, poi lo specchio e la lastra in marmo che faceva da ripiano al comò. Al terzo posto sfilava lo sposo con la Tina e il Maniere (mestolo per bere) e gli altri uomini con oggetti e contenitori in rame. Al quarto posto erano trasportati i tiretti (Traturi) del comò con tutta la biancheria, mentre alla fine del corteo sfilavano le donne che trasportavano ceste in vimini riempite di oggetti vari.

A casa dello sposo si faceva l’Apprezzo della dodda, ovvero la stima generale del valore di tutti gli oggetti. Se la sposa disgraziatamente moriva prima di 10 anni dal matrimonio, tutti i beni venivano re incamerati dalla sua famiglia, altrimenti restavano allo sposo. Le consuocere prima del matrimonio componevano il “primo letto” e il giorno del matrimonio lo addobbavano con disegni realizzati con i confetti.

Il giorno seguente al matrimonio la sposa doveva esporre le lenzuola macchiate di sangue a pubblica testimonianza della sua verginità. La sposa poteva tornare a casa della madre solo dopo 8 giorni dal matrimonio, a prova della sua fedeltà al marito. Tuttavia gli 8 giorio erano ritenuti in genere un periodo tutto sommato breve e c’era per questo il detto “So come a le otte  juorne de la zita”, in riferimento a fuochi di paglia, a  cose di breve durata. La domenica successiva al matrimonio la zita andava a messa con la suocera e solo allora poteva tornare a far visita alla madre.

Se una ragazza si infatuava di un uomo che non ricambiava il suo amore, per farlo innamorare gli si dava un filtro d’amore (re beccherone) a base di sangue mestruale della ragazza. Se questo espediente non funzionava, allora si praticava la “fattura a morte”, una sorte di rito woodoo: di nascosto si tagliavano dei capelli dell’uomo che venivano messi a contatto con una mela. Si pensava che cosi come si disfaceva la mela, anche l’uomo deperiva.

Finalmente avveniva il lieto evento, la nascita del bambino. Prima del battesimo gli si dava da mangiare polvere di argento e di altri metalli per impedire l’assalto delle streghe.

A volte la denutrizione del bambino era attribuita ad una malattia, la Pellinia. Secondo la tradizione si “curava” facendo girare il bambino per 3 giorni, 3 volte al giorno, intorno alla catena del camino recitando la seguente formula: “pellinia, pellinia, n’carnata che l’ossa,  te’ data a levà de la luna a calà de le sole, scappa pellinia ca mò  jè ora”.

Se la donna non aveva abbastanza latte, si conservava la placenta che era gettata nelle acque del fiume, credendo che questo avrebbe fatto riprendere la produzione del latte materno.

Al bimbo mettevano al collo un amuleto realizzato da un magano e chiamato per questo “Abbetine de le magane” che doveva proteggerlo dall’assalto delle streghe che, secondo la superstizione, si nutrivano proprio del sangue dei bambini.

 

 

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